Terzo e ultimo articolo della nostra “trilogia” sui 15 tesori dell’antica Roma “nascosti in piena vista“, assolutamente da non perdere. Non è un itinerario, ma suggerimenti di luoghi da esplorare anche uno per volta. O da farne un itinerario, in fondo ve li presentiamo in ordine di prossimità geografica. Per molti di questi tesori dell’antica Roma abbiamo scritto articoli del nostro blog, per i quali vi forniamo i link di approfondimento. I nostri suggerimenti per 15 tesori dell’antica Roma da non perdere.
Terme di Caracalla
Piramide Cestia
Tempio di Ercole a Foro Boario
Teatro di Marcello
Excubitorium
Case Romane del Celio
Basilica di San Clemente
Trofei di Mario a Piazza Vittorio
Porta Esquilina
Tombe dell’Appia Antica
Mausoleo di Cecilia Metella
Villa dei Quintili
Parco degli Acquedotti
Acquedotto Alessandrino
Gabi
Troppo da inserire in un unico articolo, quindi lo abbiamo diviso in tre parti. Nel nostro primo articolo vi abbiamo presentato le Terme di Caracalla, la Piramide Cestia, il Tempio di Ercole a Foro Boario, il Teatro di Marcello e l’Excubitorium di Trastevere.
Nella seconda parte della nostra top 15 vi abbiamo segnalato le Case Romane del Celio, la Basilica di San Clemente, i Trofei di Mario a Piazza Vittorio, Porta Esquilina, e le Tombe dell’Appia Antica.
In questa terza e ultima parte invece vi presentiamo:
Mausoleo di Cecilia Metella
Villa dei Quintili
Parco degli Acquedotti
Acquedotto Alessandrino
Gabii
Mausoleo di Cecilia Metella
Il Mausoleo di Cecilia Metella è situato poco prima del III miglio della Via Appia Antica, subito dopo un complesso molto noto, la Villa dell’imperatore Massenzio, costituita a partire dal Circo di Massenzio e dal sepolcro del figlio dell’imperatore, Valerio Romolo. Il mausoleo sorge come un enorme tomba che nei secoli ha suscitato l’interesse di artisti, architetti e storici. Della defunta rimane praticamente solo ciò che è riportato in un’iscrizione sulla struttura: figlia di Quinto Cecilio Metello Cretico, personaggio di spicco e console nel 69 a.C., suo marito era Marco Licinio Crasso, figlio del Crasso che aveva soffocato la rivolta degli schiavi capeggiata da Spartaco e che, nel 60 a.C., aveva costituito il primo triumvirato con Cesare e Pompeo.
La struttura del Mausoleo di Cecilia Metella è composta da un edificio circolare che ospita una camera funeraria di circa trenta metri di diametro, alta quasi quaranta, e che presumibilmente terminava con una piccola cupola non più esistente ma ancora testimoniata, sia da un anello di blocchi di travertino, che da un indicazione monumentum peczutum – cioè monumento “appuntito” – con cui veniva descritto nell’XI secolo. Il mausoleo è rivestito di marmo con decorazioni con diverse scene di guerra che accompagnano l’epigrafe. Da questi dettagli è possibile dedurre che forse tale monumento fosse più finalizzato a celebrare l’importanza della famiglia e veicolare un messaggio politico che a ricordare il nome della defunta.
La fonte di ispirazione per il monumento funebre a pianta circolare può essere trovata nei mausolei ellenistici e nelle tholos etrusche, le tombe s tumulo che è possibile trovare a Cerveteri e altre necropoli etrusche. Nel Medioevo la struttura venne spogliata di gran parte delle sue decorazioni, e parte del travertino del Mausoleo di Cecilia Metella sarà utilizzato da Ippolito II d’Este per la decorazione di Villa d’Este a Tivoli.
La ragione per la quale il Mausoleo di Cecilia Metella si è salvato dallo scempio e dal saccheggio di materiali per il riutilizzo in altre costruzioni è probabilmente che, a partire dal secondo ‘700, il mausoleo è stato impiegato come base scientifica per fare rilevazioni come, ad esempio, la misurazione della curvatura del pianeta. Già dalla metà del ‘700 infatti il mausoleo veniva impiegato per disegnare la cartografia dei territori pontifici e per una nuova misurazione del Meridiano Terrestre, necessaria allo studio della forma della Terra.
L’utilizzo scientifico del mausoleo è confermato da un’epigrafe napoleonica del primo ‘800 conservata ai Musei Vaticani. Il mausoleo fu scelto come base operativa per le prime misurazioni scientifiche, trigonometriche e geodetiche prendendo come riferimento lo stesso mausoleo ed altri monumenti lungo l’Appia Antica in quanto questa è rettilinea, quindi consentiva facili misurazioni per la creazione di mappe geografiche e per il calcolo della curvatura della Terra.
La definitiva fortificazione del Mausoleo di Cecilia Metella, ancora oggi visibile nella parte alta dell’edificio, avvenne alla fine del XIII secolo ad opera della famiglia Caetani, la potente famiglia del Papa Bonifacio VIII. In seguito , la proprietà del mausoleo passò di mano in mano a diverse famiglie romane; dai Savelli agli Orsini, ai Colonna e fino ai Torlonia.
Il Mausoleo di Cecilia Metella, anche grazie alla bellezza del luogo che lo circonda, ha sempre emanato un fascino particolare, con la sua bellezza tra antichità e medioevo, tra rovine, campagna e città, fino a diventare per secoli un riferimento importante per i viaggiatori del Grand Tour del ‘700-‘800 che, come Goethe, rimanevano affascinati dall’aspetto romantico del mausoleo.
Eccovi i link ai due articoli che abbiamo dedicato in passato al Mausoleo di Cecilia Metella.
Appia Antica: il Mausoleo di Cecilia Metella
Misurare la Terra, a partire dal Mausoleo di Cecilia Metella
Villa dei Quintili
Sempre all’interno del Parco Archeologico dell’Appia Antica, tra il V miglio della Via Appia Antica e la Via Appia Nuova, è sicuramente da non perdere la Villa dei Quintili, il più grande e sontuoso complesso residenziale dell’antica Roma.
La Villa dei Quintili fu costruita intorno al 151 d.C. dai fratelli Sesto Quintilio Condiano e Sesto Quintilio Valerio Massimo, membri di una ricca famiglia senatoria e consoli sotto Antonino Pio. Nel 182 d.C. l’imperatore Commodo fece uccidere i due fratelli con l’accusa di congiura e confiscò la villa, trasformandola in una maestosa reggia imperiale.
Il complesso di Villa dei Quintili comprende un impianto termale, un teatro, un’arena ellittica per giochi di gladiatori e un ninfeo monumentale. Molti degli ambienti della Villa dei Quintili conservano ancora pavimenti in marmo colorato e mosaici, mentre altri reperti trovati durante gli scavi sono conservati nell’adiacente Antiquarium, museo allestito in un casale su Via Appia Nuova.
Non abbiamo un articolo sulla Villa dei Quintili (e prendiamo nota per svilupparlo in futuro), ma non per questo lo escludiamo dalla nostra top 15 dei tesori della Roma antica che vi suggeriamo di scoprire, soprattutto se siete già all’interno del Parco Archeologico dell’Appia Antica.
Parco degli Acquedotti
Da un’area archeologica protetta nel verde ad un’altra, e dopo i suggerimenti sulla Via Appia Antica vi proponiamo uno dei nostri parchi archeologici della città, il Parco degli Acquedotti. Che non è poi così distante dalla Via Appia Antica, specialmente se avete ancora con voi la bicicletta, che vi tornerà utile anche qui, benché il parco sia sempre un’ottima destinazione per una passeggiata tra verde urbano e archeologia dell’antica Roma.
Il nome Parco degli Acquedotti deriva dalla presenza in questo parco, in elevato o nel sottosuolo, di ben 7 degli acquedotti romani e papali che rifornivano l’antica Roma: l’acquedotto Anio Vetus (sotterraneo), gli acquedotti Marcia, Tepula, Iulia e Felice (sovrapposti), e gli acquedotti Claudio e Anio Novus (anch’essi sovrapposti). In passato quest’area della città era nota con il nome di Roma Vecchia, dal nome dell’omonimo casale che è ancora all’interno del parco, ma anche perché in questa zona sorgeva quasi un’intera città, costituita da una gran quantità di edifici antichi di diverso genere.
La zona del Parco degli Acquedotti viene destinata a verde pubblico nel 1965, e a partire dagli anni settanta fu espropriata e liberata dalle baraccopoli, i cosiddetti “borghetti” che si appoggiavano all’Acquedotto Felice. Nonostante la Sovrintendenza ai Beni Culturali avesse provveduto ai restauri, tutto era rimasto piuttosto abbandonato, e nuove costruzioni abusive continuarono a sorgere di continuo nell’area. Fino al 1986, quando di fronte allo stato di degrado dell’area e al rischio di speculazione edilizia, alcuni cittadini crearono il Comitato per la Salvaguardia del Parco degli Acquedotti e di Roma Vecchia, che riuscì nel 1988 a far inserire l’area del Parco degli Acquedotti nel Parco Regionale dell’Appia Antica.
Abbiamo parlato tanto del Parco degli Acquedotti nel nostro blog, e trovate diversi articoli con gallerie fotografiche, e anche uno dei nostri itinerari interattivi Wikiloc. Eccovi tutti i link.
L’importanza degli Acquedotti nell’Antica Roma
Parco degli Acquedotti: Itinerario Interattivo e Storia
Tutta l’Acqua di Roma: Una Passeggiata tra Acquedotti, Terme e Fontane
Acquedotto Alessandrino
Non all’interno del Parco degli Acquedotti, ma sempre integrato nell’area urbana della Roma contemporanea, c’è da segnalare anche l’Acquedotto Alessandrino (Aqua Alexandrina) tra le meraviglie dell’antica Roma meno conosciute. Probabilmente per via della sua ubicazione al di fuori delle rotte turistiche “standard“, in zona Casilina, ad impreziosire con la sua maestosità il Parco Sangalli di Torpignattara.
L’Acquedotto Alessandrino è l’undicesimo acquedotto dell’antica Roma. Fu edificato nel 226 d.C. dall’imperatore Alessandro Severo per l’approvvigionamento idrico delle Terme di Nerone, situate in Campo Marzio presso il Pantheon, zona dove oggi sorge Palazzo Madama, sede del Senato della Repubblica Italiana. Le Terme di Nerone furono radicalmente ristrutturate dallo stesso imperatore Alessandro Severo, e per tale motivo da allora assunsero anche la denominazione di Terme Alessandrine (Thermae Alexandrinae). Le sorgenti di questo acquedotto erano ubicate ad oltre 15 chilometri dal centro abitato di Roma antica.
Il percorso dell’Acquedotto Alessandrino si sviluppava in buona parte su arcate, mentre i tratti sotterranei erano limitati a cunicoli (di circa 70 centimetri di larghezza per 1,80 metri di altezza) per oltrepassare le alture. Le arcate dell’Acquedotto Alessandrino si sviluppano in sotterranea fino alla tenuta di Torre Angela e sono tuttora visibili nei tratti successivi, come nella zona di Centocelle dove le arcate raggiungono la massima quota, tra i 20 e i 25 m, per finire nella zona della Marranella, dopo la quale raggiunge, in percorso sotterraneo ad oggi sconosciuto, la zona di Torpignattara.
Da questo punto l’acquedotto procedeva nuovamente interrato fino ad entrare in Roma nei pressi dell’attuale Porta Maggiore, dove confluivano altri acquedotti e dove doveva trovarsi la piscina limaria, che filtrava le acque prima di giungere nel bacino di decantazione per la purificazione prima della distribuzione in fonti pubbliche. L’Acquedotto Alessandrino giungeva alle Terme di Nerone dopo un percorso di circa 22 km, con una portata d’acqua pari a circa 250 litri al secondo, come quella dell’Acquedotto Claudio. Oggi le stesse sorgenti sono utilizzate dall’Acquedotto dell’Acqua Felice, realizzato nel 1585 per volontà di Papa Sisto V.
Leggete qui un nostro articolo dedicato all’Acquedotto Alessandrino.
Gabii
Concludiamo la nostra lista di inviti a scoprire tesori della Roma antica portandovi fuori Roma, ma non troppo. A circa 20 chilometri ad est di Roma, su Via Prenestina, troviamo una città della Roma antica meno conosciuta di Ostia, l’antica città di Gabii.
La fondazione di Gabii si può collegare a due leggende: la prima collegata ai latini di Alba Longa, mentre un’altra la ricollega a due fratelli Siculi, Galatus e Bins, da cui deriverebbe il nome della città. Un’altra leggenda lega il nome della città di Gabii al luogo dove Romolo e Remo sarebbero stati educati e formati, dettaglio che rafforza l’importanza della città di Gabii come importante centro politico ma anche culturale della Roma antica.
La città di Gabii rientra nel novero dei grandi centri laziali di epoca protostorica, le cui prime tracce risalgono al IX secolo a.C., ma anche al gruppo di grandi epicentri politico-culturali nel Latium Vetus prima della nascita e dell’ascesa della città di Roma, insieme ai centri di Tibur, Praeneste e altre città che controllavano la Valle dell’Aniene e gli accessi alla Valle del Sacco e del Liri.
I centri laziali di epoca protostorica erano essenzialmente comunità familiari guidate da capi guerrieri e sacerdoti, che vivevano in capanne ed in alcuni periodi dell’anno lavoravano la ceramica. Questi centri protostorici fiorirono tra il IX secolo a.C. e l’VIII secolo a.C. All’interno di queste comunità egualitarie ci furono delle trasformazioni sociali, che portarono alla costituzione di un sistema sociale di tipo gentilizio-clientelare con la successiva formazione di centri protourbani, che caratterizzeranno i centri urbani del territorio laziale latino.
Il sito archeologico della città di Gabii costituisce con i suoi 70 ettari uno dei siti protourbani meglio conservati, soprattutto per le sue strutture. Questo perché, intorno all’XI secolo a.C., la città fu abbandonata e l’area non rientrò più in nuovi interventi costruttivi sulle antiche strutture, ma a destinazione ad uso agricolo, cosa che ha consentito di preservarne le vestigia fino ai nostri giorni.
I primi scavi a Gabii risalgono al 1791, quando Gavin Hamilton, scultore ed archeologo dilettante ottenne dal proprietario dell’area, il principe Marcantonio Borghese, il permesso di condurre uno scavo archeologico. Dagli scavi archeologici furono riportati alla luce i resti della cinta muraria di tufo in opus quadratum (muri edificati in blocchi impilati uno sull’altro senza malta) e altri importanti edifici come il Foro porticato aperto su Via Prenestina antica, il Tempio di Giunone Gabina, la Regia (una dimora del VI secolo a.C.), il Santuario di Giunone Gabina, e i resti di taberne e negozi di ex-voto legati al culto della divinità.
Sempre all’interno dell’area muraria della città di Gabii è stato individuato il cosiddetto Santuario Orientale, attivo tra il VII e II secolo a.C. e probabilmente dedicato a una divinità femminile protettrice delle nascite. Subito fuori dall’abitato è invece possibile trovare i resti di una chiesa medievale, che dimostra come l’antico centro cittadino non venne utilizzato per nuove costruzioni.
Gli scavi di Hamilton per il Principe Borghese portarono alla luce anche numerose statue, che ebbero un destino molto articolato. Riacquistate dal Principe Borghese, furono esposte all’interno della Casina dell’Orologio all’interno di Villa Borghese a Roma, che divenne un museo con il nome di Casino di Gabii. Il museo fu però smantellato nel 1807, e tutte le opere esposte furono vendute assieme ad altri prezzi pregiati a Napoleone per una cifra irrisoria per l’epoca, circa 2.000 euro a pezzo. Per ironia della sorte, i fondi utilizzati da Napoleone provenivano dalle proprietà terriere e dalle dogane del papa, così quando il papa ritornò a Roma alla fine del periodo Napoleonico, tornò in possesso non solo del suo potere temporale ma anche di tutti i beni che furono depredati da Napoleone. Oggi però i pezzi provenienti da Gabii sono esposti al Museo del Louvre di Parigi. Quindi alla fine ha vinto Napoleone?
Eccovi il link al nostro articolo completo di galleria fotografica sull’antica città di Gabi.
Concludiamo così la nostra “trilogia” sui 15 tesori dell’antica Roma che non tutti conoscono, e che vi suggeriamo di non perdervi alla vostra prossima visita a Roma, anche da soli, con l’aiuto degli itinerari che trovate nei nostri articoli, o con il supporto di un nostro tour guidato.
Ricordatevi che offriamo una vasta gamma di tour con visite guidate a Roma, e altre proposte per tour nei dintorni Roma. Contattatemi per info e prenotazioni tour. Continuate a seguire il nostro blog, e soprattutto non mancate la prima e seconda parte dei nostri suggerimenti su luoghi della Roma antica da non perdere!


















