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Storie di Roma

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Tutta l’Acqua di Roma: Una Passeggiata tra Acquedotti, Terme e Fontane

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Oggi andiamo alla scoperta delle principali strutture d’acqua della capitale, esplorando vari percorsi per interessanti passeggiate che seguono il corso di acquedotti, terme e fontane a Roma. Siete pronti? Si parte.

Prima tappa

Spesso passeggiando per i grandi viali e per le strade di Roma vi trovate di fronte a grandi porte urbiche, una di queste è Porta Maggiore, non molto distante dalla stazione Termini, Santa Croce in Gerusalemme e San Giovanni in Laterano. Porta Maggiore, come anticipato è una delle porte nelle Mura Aureliane, costruite verso la fine del III secolo d.C., dall’imperatore Aureliano per difendere Roma, da eventuali attacchi dei barbari. Questa porta pensate si trova in un punto nevralgico della città moderna perennemente trafficata, ma nell’antica Roma era anche il punto in cui convergevano otto degli undici acquedotti che portavano l’acqua alla città.

La porta fu costruita in opera quadrata di travertino con i blocchi in bugnato rustico (non finito), per volere dell’imperatore Claudio nel I sec d.C., per consentire all’acquedotto Claudio (voluto dallo stesso imperatore) di scavalcare le vie Praenestina e Labicana che poi si dividevano in una sola strada che usciva dalla Porta Esquilina.

Il nome di questa porta non ha una giustificazione storica ma molto probabilemente è derivato dall’uso che ne faceva normalmente la popolazione di Roma per la sua grandiosità, oppure dalla relativa vicinanza della Basilica di Santa Maria Maggiore. Tra le curiosità di questa porta c’è sicuramente la divisione dei due fornici che ancora oggi sono direzionati su due antiche strade consolari:a sinistra Via Casilina (un tempo Via Labicana) e a destra Via Prenestina. Se guardate l’attico di Porta Maggiore (la parte superiore) noterete che è diviso in due canali che corrispondono ai canali degli acquedotti Anio Novus (il più alto) e Aqua Claudia, due dei più importanti acquedotti dell’antica Roma, che potevano portare fino a 2000 litri d’acqua al secondo.

Seconda Tappa seguendo le mura

Lasciando Porta Maggiore e seguendo le grandi arcate che si sviluppano lontano dal traffico cittadino è possibile riconoscere resti anche dell’Acquedotto di Nerone (un ramo secondario dell’Acquedotto Claudio), realizzato dall’imperatore Nerone per alimentare il ninfeo ed il lago della sua grandiosa reggia, la “Domus Aurea”.

Infatti da Piazza di Porta Maggiore l’acquedotto neroniano prosegue verso via Statilia con una serie di superbe arcate realizzate in laterizio, dirigendosi verso il Celio e seguendo il percorso sotterraneo dell’Aqua Appia. L’Acquedotto di Nerone rivestì subito una grande importanza sia per la sua efficienza che per la crescente necessità di acqua da parte di una città in continuo aumento, che raggiungerà più di un milione di abitanti nel periodo di suo massimo splendore.

L’acqua di questo acquedotto proveniva da piccoli laghi formati da due sorgenti, denominate Curzia e Cerulea (nell’alta valle dell’Aniene, tra gli odierni comuni di Arsoli e Marano Equo), le cui acque erano estremamente limpide e le loro qualità sembra fossero inferiori solo a quella dell’Acqua Marcia. Non mancavano sorgenti secondarie, e la regolazione della portata veniva assicurata da scambi con l’acquedotto dell’Acqua Marcia.

L’Acquedotto di Nerone era lungo 68,681 km, dei quali circa 16 in viadotto di superficie, di cui circa 11 su arcuazioni e 5 su ponti, e portava circa 2.211 litri al secondo, ma a causa delle erogazioni intermedie e delle intercettazioni abusive, solo la metà giungeva al “castello terminale” (Castellum), dove l’acqua si univa a quella dell’Anio Novus.

Terza tappa

Seguendo i resti dell’Acquedotto Neroniano troviamo le diramazioni dell’Acquedotto Claudio in prossimità di tre colli molto importanti come Colle Oppio, il Celio e il Palatino. Sul primo sorgeva una parte della grandiosa villa privata di Nerone, la Domus Aurea. Sul Celio avremmo trovato il tempio dedicato al Divo Claudio Claudio mentre sul Palatino, colle che si collega alla nascita della città di Roma, avremmo trovato palazzi imperiali, templi e scenografiche terrazze su circhi, ippodromi, e anfiteatri. Strutture che avevano bisogno di un grande quantitativo d’acqua, e in questo caso Frontino (un architetto dell’antica Roma) informa che dei circa 1600 litri che giungevano in città, 400 litri circa erano per la residenza imperiale, 500 litri circa per uso pubblico, 500 litri circa per i privati e 200 litri circa per l’incremento degli acquedotti della Tepula e della Iulia (avevano una portata più bassa rispetto agli altri acquedotti).

Un acquedotto che aveva una grande portata come l’acquedotto Claudio/Neroniano poteva poi dividersi in varie diramazioni che portavano l’acqua in diversi punti della città come ad esempio a Trastevere, partendo da un “castello” secondario nella zona della “Navicella” e attraversando il fiume sul Ponte Emilio, oggi noto come “Ponte Rotto” e ancora alla Villa dei Quintili, sulla via Appia.

Quarta tappa fontane pubbliche

Lasciando la zona del zona compresa tra Colle Oppio, Celio e Palatino potete risalire verso l’Esquilino e qui incontrare i resti di una celebre fontana pubblica nell’antica Roma, stiamo parlando del Ninfeo di Alessandro, meglio conosciuto come “Trofei di Mario”. Si tratta di una fontana antica, i cui resti si conservano in piazza Vittorio Emanuele II nel Rione Esquilino.

L’edificio è una fontana monumentale (ninfeo) con funzione di mostra terminale (munus) e di castello di distribuzione dell’acqua (castellum aquae). È realizzato nel tratto finale di una diramazione dell’acquedotto che proveniva dalla Porta Tiburtina (Porta San Lorenzo) per dirigersi verso l’Esquilino. Le arcate di questa diramazione si possono identificare con l’acquedotto Claudio o con l’Anio Novus per ragioni altimetriche.

Da questa fontana provengono le due sculture di trofei, già nel Medioevo denominati Trofei di Mario, e che dal 1590 furono collocati sulla balaustra in cima alla Cordonata che sale al Campidoglio. Queste sculture, sono erroneamente attribuite a Gaio Mario per le vittorie sui Cimbri ed i Teutoni, sono invece sono  all’epoca domizianea e furono erette dopo le vittoriose campagne contro Catti e Daci nell’89.

La monumentale fontana occupa la parte più alta dell’Esquilino ed è tutta in opera laterizia, probabilmente in origine era rivestita in marmo, come indicano i numerosi fori per grappe distribuiti sull’intera struttura. La fontana si articola su tre livelli, con diversi ambienti e canalizzazioni ancora visibili. L’acqua proveniva dal terzo piano sul lato posteriore della struttura a considerevole altezza, circa 10 metri da terra. Dal corpo massiccio centrale semicircolare, si divideva in due parti ed era quindi convogliata da cinque canali rivestiti di cocciopesto in una vasca (oggi non più esistente). Da qui, attraverso vari tubi sistemati all’interno delle pareti, l’acqua si raccoglieva in una seconda vasca rivestita di cocciopesto e articolata in nicchie che si alternavano con forme rettangolari e arcuate. Infine una terza vasca di raccolta (oggi parzialmente conservata), raccoglieva nuovamente l’acqua al piano più basso per l’approvvigionamento della popolazione ubicata nelle zone altimetricamente più basse della città.

Questa antica fontana è l’unica sopravvissuta delle quindici fontane-mostra dell’antica Roma. Il Ninfeo di Alessandro, per dimensioni ed effetti scenografici, si può quindi considerare l’antesignano e il modello ispiratore delle grandi mostre d’acqua del tardo Rinascimento e del Barocco (es. Fontana di Trevi, Fontana dell’Acqua Paola al Gianicolo). Sarà per questo motivo che attrasse l’attenzione di molti studiosi già nel Cinquecento (Étienne Dupérac, Giovanni Sallustio Peruzzi, Pirro Ligorio), che ne realizzarono schizzi e ricostruzioni talvolta alquanto fantasiose.

I Trofei di Mario a Piazza Vittorio sono anche il posto che “nasconde” una delle principali curiosità “nascoste” di Roma, la Porta Magica. Leggete il nostro precedente articolo per saperne di più, e se visitate i Trofei di Mario non ve la fate scappare! 

 

 Quinta tappa terme

Lasciando l’Esquilino e la Fontana dei “Trionfi di Mario” si può risalire verso la Stazione Termini dove si possono vedere le colossali strutture delle Terme di Diocleziano. Pochi sanno che il nome Termini contrariamente a quanto si potrebbe pensare non significa “meta finale”, ma deriva dalla parola latina “thermae” e si riferisce proprio alle antiche Terme di Diocleziano che dominano assieme alla Stazione ferroviaria la Piazza dei Cinquecento. Le terme pubbliche erano un altro sito fondamentale servito dai grandi acquedotti pubblici che potevano portare fino a 500 litri di acqua al secondo. Furono costruite per servire i popolosi quartieri del Quirinale, Viminale ed Esquilino, e per la loro realizzazione fu smantellato un intero quartiere, con insulae (antichi condomini) ed edifici privati regolarmente acquistati ma che sconvolsero della viabilità preesistente.

Simile alle Terme di Caracalla nella forma, entrambe si ispiravano alle Terme di Traiano, ma erano ampie il doppio e occupavano una superficie di quasi 14 ettari, le più grandi del mondo antico. Nel V secolo Olimpiodoro affermava che c’erano 2400 vasche e potevano accedere al complesso fino a tremila persone contemporaneamente. Le Terme di Diocleziano subirono il destino della grandissima parte dei monumenti romani, utilizzate nei secoli come cava di materiali edili anche di pregio da riutilizzare per altre costruzioni, mentre le aule venivano adibite a vari usi privati nella migliore delle ipotesi come chiese e conventi nella peggiore delle ipotesi perfino come luogo di doma dei cavalli.

 Sesta tappa parco acquedotti

Se non siete ancora sazi di acquedotti e ingegneria romana, potete prendere la metro A dalla Stazione Termini direzione Anagnina e scendere a Giulio Agricola o Subaugusta per visitare un parco molto speciale, il Parco degli Acquedotti.

Il nome deriva dalla presenza di 6 degli 11 acquedotti romani, più un acquedotto papalino, l’Acquedotto Felice (sovrapposto allo Iulia), costruito in epoca rinascimentale e tutt’ora impiegato per l’irrigazione: Anio Vetus (sotterraneo), Marcia, Tepula, Iulia e Felice (sovrapposti), Claudio e Anio Novus sovrapposti. L’Acquedotto Felice prende il nome dal Papa Sisto V (al secolo Felice Peretti), che per la sua costruzione decise di distruggere alcuni tratti dei più antichi acquedotti Marcio, Tepula e Iulia. L’acquedotto riutilizzava le sorgenti dell’Aqua Alexandrina e altre zone limitrofe, terminando il suo percorso in corrispondenza della Fontana del Mosè di Domenico Fontana.

Interessati a scoprire altri aneddoti sui luoghi, i personaggi e le vicende della Città Eterna? Seguitemi nella mia visita guidata a Piazze, Palazzi e Fontane di Roma, nel tour di Fontane e Acquedotti di Roma o in un altro dei miei tour e visite guidate a Roma e provincia.

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