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Storie di Roma

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Produzione e Utilizzo di Profumi ed Essenze nell’Antica Roma Imperiale

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Vi siete mai chiesti quali potevano essere le essenze tipiche dell’antica Roma e soprattutto come si ricavavano e producevano i profumi nell’antica Roma imperiale? Già Plinio il Vecchio nel I secolo d.C. nella sua Naturalis historia ci ha lasciato una prima descrizione dei profumi o meglio degli unguenti che profumavano le case e spesso anche le strade di Roma.

In primis c’è da dire che le essenze aromatiche venivano spremute mediante un torchio per ottenere gli oli essenziali, che venivano macerati nell’onfacio (un liquido ottenuto dalla spremitura di olive verdi) o nell’agresto (ottenuto dalla spremitura di uva acerba), per essere infine filtrati, anche diverse volte, fino a raggiungere lo stato di purificazione finale dell’essenza. Tra i profumi più diffusi di sicuro erano quelli prodotti da fiori e foglie come rose, gigli, foglie di basilico e di mirto, oppure resine, radici, semi aromatici ed infine succhi oleosi ottenuti dalla spremitura di olive verdi (omphacia) e dai frutti acerbi della vite (agresta), di fatto gli ingredienti base dei profumi fabbricati nelle botteghe delle città romane più di duemila anni fa.

La produzione di profumi era limitata ad essenze e unguenti semplicemente perché non era ancora diffuso il processo di distillazione (anche se già conosciuto cinquemila anni fa nella valle dell’Indo, e poi riscoperto e introdotto dagli Arabi in Europa solo nel IX secolo d.C.). Sempre Plinio ci parla di due tipi di profumo, il succo e l’essenza: il primo a base di vari tipi di olio ed elementi ‘astringenti’ (stymmata), il secondo più caratterizzato da odori e ‘aromi’ (hedysmata).

Altro elemento fondamentale nella produzione di profumi è il colore, che nell’antica Roma si otteneva aggiungendo cinabro (minerale che realizza il classico rosso acceso romano) e ancusa (Alcanna tinctoria). Aggiungendo delle spruzzate di sale si poteva mantenere inalterata la natura dell’olio, e con l’aggiunta di resina o gomma si poteva fissare all’essenza l’aroma, che in caso contrario sarebbe svanito rapidamente.

In seguito, il processo di produzione di profumi nell’antica Roma si arricchì con l’integrazione di olio di balano, resina e mirra, fino ad arrivare alle celebre ricetta del Metopio, che appare articolata quasi come un piatto di cucina stellata. Questo profumo era composto da un olio estratto, in Egitto, da mandorle amare, al quale sono stati aggiunti agresto, cardamomo, giunco profumato, calamo aromatico, miele, vino, mirra, seme di balsamo, galbano e resina di terebinto.

Tra i profumi più comuni nell’antica Roma c’era sicuramente il Mirtum-Laurum costituito da olio di mirto, da calamo aromatico, cipresso, henna, lentisco e scorza di melagrana. La stessa popolarità del Mirtum-Laurum e del profumo di rose aveva sicuramente il Crocinum, profumo di zafferano cui si aggiungeva del vino, cinabro e ancusa; nonché il profumo di maggiorana, con addizioni di agresto e di calamo aromatico. E poi ancora il Melinum, ricavato dalle mele cotogne con aggiunte di agresto, olio di sesamo, olio di henna, abrotano, balsamo, cannella e giunco profumato.

Oppure il Susinum, composto da olio di balano, gigli, miele, zafferano, calamo aromatico, cannella e mirra. Probabilmente il susinum era la versione di derivazione egizia del locale profumo di gigli, l’Illirium o Lirium. Il nome susinum infatti deriva dal greco sousinon, aggettivo coniato su sousos, che indicava per l’appunto giglio. Praticamente nelle botteghe di profumieri dell’antica Roma era anche possibile trovare profumi d’importazione orientali, che vengono adattati ai gusti romani senza rinunciare ad un tocco di “esotico”.

Ancora Plinio ci parla del Telinum, che prende il nome dall’isola di Telo, nelle Cicladi, luogo probabilmente collegato alla sua maggiore produzione. Pare che Il telinum fosse il profumo preferito da Giulio Cesare. Il Telinum si produceva con maggiorana e meliloto mescolati ad olio fresco e fieno greco. Come tutti i profumi anche il Telinum più tardi (con il cambiare delle mode e gusti) cedette il posto al famoso Megalium, il grande profumo dell’Antichità composto da olio di balano, calamo aromatico, giunco profumato, xilobalsamo, cannella e resina.

La lista potrebbe proseguire a lungo ma non senza citare il più pregiato tra i profumi, definito “Il Regale” perché preparato per il re dei Parti. Il Regale Unguentum era composto da cannella, zafferano, maggiorana, mirabolano, loto, cardamomo, mirra, storace, costo, cinnamo comaco, amomo, spiga di nardo, maro, ladano, opobalsamo, calamo aromatico, enante, malobatro, sericato, henna, spalato, panacea, cipero, miele, vino e giunco profumato della Siria. Non solo la lista degli ingredienti del Regale Unguentum è lunga, era altrettanto lunga, elaborata e complessa anche la produzione, che prevedeva diversi passaggi, miscelazioni e complesse operazioni prima di arrivare alla miscela finale.

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Oltre ai profumi nell’antica Roma si producevano anche pomate e creme miracolose come quella a base di lupini e miele, che costituivano la base della pomata detta lomentum. Invece la mistura a base di orzo, lenticchie, rape, lupini, bulbi di iris abbrustoliti e tritati, mescolati al miele e a polvere di corna di cervo, mista a sterco di uccelli marini (alcioni) era utilizzata per maschere di bellezza sbiancanti ed emollienti.

Spesso gli stessi fiori utilizzati per i profumi potevano diventare deodoranti per ambienti, come nel caso della rosa, i cui petali secchi polverizzati costituivano i diapasma, delle polverine da aspergere e da bruciare negli incensieri. Chi cercava deodoranti per ambienti a buon mercato poteva trovarne versioni mischiate con finocchio, mirra e incenso in olio o in “agresto“. Questo mix costituiva la base del profumo Rhodinon o Rhodinum, il profumo più diffuso dell’epoca nonché il più economico. Per farci un idea della diffusione dei profumi nelle città sappiamo anche che durante le rappresentazioni teatrali e negli anfiteatri, sul grande telo o velarium teso su attori e spettatori per ripararli da sole, venivano spruzzati getti d’acqua misti a profumi.

I profumieri nell’urbe erano generalmente riuniti in una corporazione, il Collegium Aromatarium, e avevano le loro botteghe concentrate nel Vicus Thuriarus e nell’attiguo Vicus Ungentarius in prossimità del Velabro. Le botteghe di produzione di profumi, essenze ed altri unguenti nell’antica Roma funzionavano con un processo tipico da catena di montaggio, che spesso si può trovare descritto nelle decorazioni di diverse domus, classica quella di Pompei con amorini e psichi che ci illustrano passo passo le fasi della produzione dei profumi che si potevano acquistare nelle botteghe dei profumieri.

Putti che come operai ci mostrano le varie fasi della preparazione dell’unguentum, partendo dal martellare i cunei di uno speciale torchio per spremere l’olio di base del profumo, presumibilmente un omphacium ottenuto da olive verdi. A seguire ci sono i vasi maceratori dove gli oli vengono mescolati con le piante aromatiche per poi essere riscaldati. Dagli affreschi è possibile cogliere dettagli sulle botteghe dei profumieri, come il banco con un papiro-ricettario, una bilancia per le dosi, bottiglie e ampolline da profumo e un armadietto aperto nel quale si scorgono altre ampolle vitree e un altro vaso maceratore su un tripode posto nelle vicinanze dell’armadietto. La scena si conclude con un test del profumo, una spatola per estrarne il profumo (come avviene oggi), per poi cospargere il profumo sul polso portandoselo al naso.

Interessati a scoprire altre storie ed aneddoti sui luoghi, i personaggi e le vicende della Città Eterna? Seguitemi nella mia visita guidata alla Roma Archeologica, nel mio classico tour sull’Appia Antica, o in un altro dei miei popolari tour e visite guidate a Roma e provincia.

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