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Bisanzio a Roma: il Sacello di San Zenone a Santa Prassede

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Accanto alla Basilica di Santa Maria Maggiore, visitata senza tregua da folle di pellegrini e turisti di tutto il mondo, sorge la basilica più piccola e appartata, ma non meno interessante, dedicata a Santa Prassede. La sua costruzione risale al tempo di Papa Pasquale I, cioè al primo quarto del IX sec. e sin dalle origini al suo interno si può ammirare un preziosissimo Sacello, costruito per offrire un riparo alle reliquie di S. Zenone e di altri Santi, fino a quel momento conservate nelle Catacombe di Pretestato: Il Sacello di San Zenone.

Le traslazioni di antiche reliquie caratterizzarono il pontificato di Pasquale I, il quale regnò all’epoca delle incursioni saracene e fu perfettamente consapevole della estrema vulnerabilità delle reliquie dei Santi e dei Martiri, per lo più custodite in cimiteri extraurbani. Portare le reliquie al riparo delle mura fu una preoccupazione costante del Papa, che perciò concentrò il suo impegnativo programma monumentale nell’area interna alle mura, dove le nuove chiese e quelle antiche da lui ristrutturate offrirono una custodia più efficace alla sacre reliquie.

Si accede al Sacello di San Zenone dalla navata destra della basilica, attraverso una porta più volte rimaneggiata. L’interno è costituito da un piccolo spazio a pianta quadrata, coperto da volta a crociera e con tre nicchie. Quella di fondo accoglie l’altare mentre le due laterali sono state dedicate alla memoria dei Martiri. Le nicchie laterali furono sfondate nel XIII sec, per aprire un percorso trasversale, che consentisse di mostrare da lontano un’ulteriore importantissima reliquia, collocata nel Sacello da Giovanni Colonna, l’allora Cardinale titolare di S. Prassede, in uno spazio aggiunto proprio in fondo a quel percorso. La reliquia in questione è riconosciuta nella tradizione cattolica come la vera Colonna della Flagellazione di Gesù. L’intervento del Card. Colonna comportò la perdita della parte inferiore della decorazione originale e l’aggiunta del mosaico dell’altare, dei rivestimenti in marmo sui muri e del pavimento nello stile cosmatesco dell’epoca.

Al centro del pavimento un disco di porfido imperiale (rota porphyretica) corrisponde al mosaico della volta, dove quattro angeli-atlanti sorreggono un tondo. Questa è una rappresentazione dell’incrocio dei quattro venti, il centro del mondo: l’Onfalo (Omphalos = ombelico, centro). I geografi della Grecia antica riconoscevano l’Onfalo in una pietra tonda, posta all’interno del santuario di Apollo a Delfi. Arrivavano a pensare che la pietra costituisse il centro di rotazione delle sfere celesti. Tale Immaginifica geografia non poteva certo persistere in una visione cristiana della realtà e così all’interno della nostra cappella la linea che unisce il disco del pavimento ed il tondo della volta suggerisce l’esistenza un asse verticale esteso dalla terra al cielo, il nuovo asse dell’universo, che non può che essere il Cristo. Nel tondo della volta compare infatti il busto di Gesù nella gloria, Signore di tutte le cose del cielo e della terra con in mano il rotolo della Rivelazione finale, l’Apocalisse.

Sulla parete d’ingresso è rappresentato il tema dell’Etimasia, il trono del Regno di Dio vuoto ma pronto ad essere occupato dal Messia al momento della sua seconda venuta. Pietro e Paolo lo indicano ai presenti. In alto sulle pareti laterali si vedono a destra due Santi, guidati da S. Giovanni, che procedono verso la parete di fondo ed a sinistra due Sante nello stesso atteggiamento, guidate da S. Pudenziana, sorella di Prassede e Martire pure lei. In mezzo alle figure dei due gruppi si aprono false finestre, rivestite di mosaico originale e quindi mai usate per l’illuminazione, sebbene da principio nulla impedisse di aprirle, mentre nella parete di fondo si apre una vera e propria finestra, che dà luce al Sacello.

Nelle nicchia di destra è ancora conservato il gruppo di Cristo tra due Santi, le cui reliquie sono lì conservate, in quella di sinistra è raffigurato il Salmo 42 “Come la cerva anela ai corsi d’acqua, così l’anima mia anela a te, o Dio…” e al di sotto si vedono ai due lati della Madonna le due Sante sorelle Prassede e Pudenziana. A sinistra completa il gruppo un’altra figura femminile, attorno al cui nimbo si può leggere il nome Theodora Episcopa. Negli anni del femminismo questo ritratto veniva portato a sostegno della rivendicazione del sacerdozio femminile ma più correttamente il titolo di Episcopa va inteso in senso analogo a quello di Regina Madre, che non indica affatto una sovrana bensì la madre del sovrano regnante. Possiamo capire che Pasquale I volle qui predisporre la magnifica sepoltura di sua madre, tra tanto splendore e in mezzo alle reliquie dei martiri. Lateralmente si vede la parte alta di un’altra rappresentazione, dimezzata durante i lavori del Cardinale Colonna. Pur se priva della sua parte inferiore, è perfettamente riconoscibile come l’icona dell’Anastasis, la discesa al limbo, per liberare i nostri progenitori, Adamo ed Eva. Le icone seguono uno schema fisso, per cui non è difficile ricostruire tutte le parti mancanti.

Anche la parete di fondo mostra in alto un’icona incompleta. Si tratta della Deesis, l’icona dell’intercessione, nella quale Maria e S. Giovanni rivolgono gesti di supplica in nostro favore alla figura centrale, tradizionalmente il Cristo in trono, in seguito anche il Crocifisso. In questo caso la figura centrale e di maggiore importanza manca del tutto, perché al suo posto è aperta la finestra. A prima vista si tratta di una scelta alquanto stravagante ma il suo vero significato viene spiegato nel mosaico duecentesco dell’altare sottostante. Lì si vede, tra le Sante Prassede e Pudenziana, la Madonna con in grembo il bambino, che regge in mano un rotolo aperto nel rotolo si leggono le parole latine Ego sum lux, Io sono la luce; finalmente possiamo comprendere, che questa icona dell’intercessione è stata realizzata come un’opera d’arte concettuale del IX sec, dove l’artista non ha voluto comporre con le tessere del mosaico la figura di Gesù perché la stessa luce, che entra dalla finestra rappresenta la figura del Cristo, conformemente all’insegnamento di S. Giovanni: “Dio è luce e in lui non ci sono tenebre” ( 1Gv 1,5 – 2,2).

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