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L’innovativo bacino esagonale del Porto di Traiano

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Nel nostro ultimo articolo vi abbiamo trasportato indietro nel tempo, seguendo le varie evoluzioni di Portus, già Porto di Claudio e successivamente, dopo l’espansione, Porto di Traiano. Di fatto, come già anticipato e anche annunciato sulle reti sociali, dedicheremo tutti gli articoli del mese di agosto ad approfondire il rapporto tra l’antica roma e le arti navali, elemento chiave sia per il commercio che per le guerre di espansione dell’antica Roma.

Tra gli elementi più caratteristici del Porto di Traiano c’è il suo bacino esagonale interno, che fu scavato nella terraferma ad est del preesistente Porto di Claudio. La forma esagonale di questo bacino non trova precedenti tra i porti antichi, tuttavia l’idea di realizzare bacini interni artificiali, ad imitazione delle baie naturali, era già stata realizzata in altre località come Baia e Miseno (vicino Napoli), ma anche a Cartagine.

Ancora oggi non è ancora del tutto chiaro il motivo che ha spinto il progettista del porto, Apollodoro di Damasco, a realizzare questo bacino a pianta esagonale, le cui dimensioni erano veramente colossali, con ogni lato lungo circa 358 metri, un diametro massimo di circa 716 metri, ed una occupazione totale di circa 32,25 ettari. Un altro elemento degno di nota è la sua profondità, di soli 4-5 metri; il bacino esagonale era anche lastricato, questo probabilmente per motivi pratici legati ad una più agevole manutenzione.

Tra le altre “innovazioni” del Portus Traiani, il fatto che le sponde del bacino fossero costruite “a scarpa”, ovvero con un’inclinazione delle pareti che permetteva di attenuare il moto ondoso. Una caratteristica delle banchine erano gli ammorsati, dei grandi blocchi di travertino con un foro di circa 45 cm, che avevano la funzione di attracco per le navi. Lungo i canali di imbocco al Porto di Traiano e lungo i lati del canale principale erano presenti numerose bitte d’attracco, che ci suggeriscono che le navi, come ai giorni d’oggi, potevano rimanere in attesa del loro turno per entrare nel porto, ed avevano la possibilità di ormeggiare temporaneamente lungo il canale principale senza ostacolare il transito di altre imbarcazioni e le operazioni portuali.

L’accesso alle banchine non era causale ma regolato da numerose colonnine numerate che avevano la funzione di dividere la banchina in vari settori corrispondenti agli ormeggi. Una volta attraccata l’imbarcazione, era facile l’accesso ai grandi magazzini noti anche come horrea, posti ad una distanza di circa 6 metri dalla banchina. Le merci venivano trasportate a spalla verso cinque porte d’accesso ad ogni magazzino (larghe 1.80 metri), che erano precedute da un muro alto circa 3 metri; il muro probabilmente svolgeva la funzione di barriera doganale, permettendo di effettuare i controlli legati alle operazioni di scarico delle merci.

Tutte queste elementi ci portano a dedurre che, al di là dei motivi puramente estetici volti ad esaltare la figura dell’imperatore Traiano e a rappresentare concretamente la grandezza e potenza dell’Impero, la ragione pratica del bacino esagonale potrebbe essere ricercata nella ricerca di una struttura che permettesse processi più pratici e agevoli per le molteplici attività che si effettuavano nel porto.

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Il Porto di Traiano rimase a lungo in funzione, diventando un elemento cruciale per il rifornimento della città di Roma; sarà probabilmente per questo motivo che nel IV secolo l’autorità statale si preoccupava di effettuare opere di manutenzione, compreso il dragaggio dei bacini portuali, e di controllare il regolare svolgimento dello scarico delle merci. L’attività portuale è documentata almeno fino alla fine del VI secolo (nonostante gli attacchi e le distruzioni di Alarico I nel 408 e dei Vandali di Genserico nel 455); infatti sia Cassiodoro che Procopio descrissero il Porto di Traiano con molte navi ormeggiate alle banchine e come una città fiorente.

A segnare la fine del Porto di Traiano e della città che gli sorse intorno fu la Guerra Gotica, che portò uno spopolamento a vantaggio dell’Episcopio di Porto e di altri centri minori nei dintorni, che offrivano maggior protezione rispetto ai pericoli di attacchi provenienti dalla costa. Il declino del Porto di Traiano e lo spopolamento della città di Portus non segnarono la fine definitiva della struttura portuale. Infatti, pur non avendo notizie né informazioni archeologiche dirette sul bacino nell’alto medioevo, sappiamo da fonti certe che il porto esagonale era ancora in funzione alla fine del IX secolo. Infatti papa Giovanni VIII, nell’anno 879, invitò gli Amalfitani ad attraccare al Porto di Traiano e a risalire a Roma con le navi papali.

In epoca moderna, l’area di Portus rimase sostanzialmente spopolata a causa dell’impaludamento che aveva interessato tutto il tratto costiero a ridosso della foce del Tevere. In questa zona vi si trovavano soltanto alcuni agglomerati di povere capanne di pescatori, per lo più a ridosso delle torri costruite a controllo e difesa dell’imbocco del fiume di Roma. Soltanto nel primo decennio del XIX secolo, in prossimità della Torre Clementina, fu realizzato un vero proprio borgo su progetto di Giuseppe Valadier (denominato poi Borgo Valadier), dal quale si sviluppò poi la moderna città di Fiumicino.

Per quanto riguarda l’area fisica e archeologica corrispondente all’antico Porto di Traiano, questa venne ceduta dalla Camera Apostolica a Panfilo di Pietro nel 1796. Il sito passerà di proprietà tra diversi nobili fino a quando, nel 1856 Alessandro Torlonia lo acquistò per circa 1,5 milioni di franchi. L’acquisto di questo sito diede inizio alla bonifica dell’intero territorio, portata poi a termine dal nipote Giovanni.

Oggi l’intera zona è suddivisa tra il demanio statale e la famiglia Sforza Cesarini, che dal 1993 l’ha trasformata nell’Oasi Faunistica di Porto. il sito entrò nelle disponibilità della famiglia Sforza Cesarini nel 1897 a seguito di un matrimonio, quello tra Maria Torlonia (nipote di Alessandro e sorella di Giovanni) con Lorenzo Sforza Cesarini. Sempre ai giorni d’oggi, data la vicinanza con l’aeroporto di Fiumicino, la zona del Porto di Traiano e del Parco Archeologico è una no-fly zone, dove non è possibile operare droni per riprese aeree per ragioni di sicurezza aerea. Per fortuna ci sono i satelliti, come quello di Google Maps che alle coordinate 41°46’47.1″N 12°15’44.7″E mostra chiaramente la figura esagonale del bacino del Porto di Traiano.

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