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Storie di Roma

Il blog di Fabio Salemme su RomaGuideTour.it

Santa Sabina, una nuova Basilica ai Tempi dei Barbari

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In cima al colle Aventino, accanto al Giardino degli Aranci, sorge una basilica che ci riporta ad una delle epoche più buie e drammatiche nella storia di Roma, al tempo delle invasioni barbariche. La città allora era l’ombra di sé stessa. Le abitazioni razziate, le infrastrutture (acquedotti compresi) devastate, la grave perdita di popolazione, ogni aspetto della vita quotidiana, ogni cosa alimentava la sensazione di una imminente fine dell’Impero. Specialmente sull’Aventino, perché è evidente che i barbari disponevano di buoni informatori e sapevano dove andare a razziare il bottino migliore.

Il Sacco di Alarico avvenne nel 410, quello di Genserico nel 455 e in mezzo a queste due date Roma, praticamente in ginocchio, trovò ancora una volta la forza di porre le basi della sua resurrezione: al Concilio di Efeso del 431, accanto alla proclamazione di Maria madre di Dio, venne riconosciuto nella formula più solenne e più completa ll primato del Vescovo di Roma su tutta la Cristianità. In quegli anni terribili venne pure sviluppato un ambizioso programma monumentale, che comprendeva la costruzione delle basiliche di Santa Sabina e di Santa Maria Maggiore.

La Basilica di Santa Sabina fu consacrata nel 432 e, anche per effetto dei restauri novecenteschi, il suo aspetto rimane sostanzialmente fedele a quello originale. Oggi si entra normalmente dall’ingresso laterale su piazza Pietro d’Illiria e, non appena entrati, rimaniamo sopraffatti dall’elegante equilibrio delle proporzioni e della linea architettonica, soprattutto dalla bellezza delle colonne. Un tempo ritenute di spoglio e provenienti probabilmente dai resti del tempio di Giunone Regina, si è ormai accertato che almeno i capitelli sono stati lavorati nel V sec. durante i lavori di costruzione e forse anche i fusti sono contemporanei.

Lo spazio interno ha una definizione geometrica molto rigorosa, di matrice vitruviana. La colonna è l’elemento d’ordine di tutta la composizione, come risulta sempre nella migliore tradizione dell’architettura classica. L’altezza della colonna è uguale alla larghezza delle navate laterali ed a metà di quella centrale. L’altezza della navata centrale è uguale al triplo della colonna ed alla quota corrispondente al doppio della colonna si aprono le finestre. La pianta si può schematizzare come una scacchiera di quadrati, aventi lato uguale all’altezza della colonna. In uno schema armonico così rigoroso, ci si aspetterebbe di individuare la posizione delle colonne sempre ai vertici e sulle metà di lati dei quadrati, il che farebbe un totale di quattordici colonne per lato; invece ce ne sono dodici, forse a indicare il numero sacro e capace di esprimere la simbologia della comunità dei credenti (le dodici tribù d’Israele, i dodici Apostoli), forse però, più semplicemente perché non erano disponibili che ventiquattro colonne in tutto.

Anche i muri laterali non seguono esattamente la griglia compositiva, per rispetto di alcuni elementi appartenenti alla distrutta abitazione, che preesisteva alla basilica e che si voleva rimanessero visibili all’interno della chiesa, come la colonna al centro della parete di destra. Durante i lavori di rifacimento del pavimento si è potuto appurare che quella colonna apparteneva ad una casa dai pavimenti finemente decorati, una casa molto ricca, probabilmente appartenuta proprio a quella Sabina che aveva messo a disposizione la sua proprietà come luogo di culto cristiano ai tempi delle persecuzioni, e che per questo subì il martirio.

Dalla parte dell’abside durante i restauri del secolo scorso sono stati ricostruiti, sulle tracce delle fondazioni rinvenute e con i pezzi ritrovati dei marmi del IX sec, il recinto della schola cantorum, il coro, e la base della iconostasi mentre sui muri sopra le colonne è ben conservata una decorazione marmorea, che riprende l’analogo motivo nella basilica del palazzo di Diocleziano a Spalato, località che rimanda alla terra d’origine di Pietro d’Illiria, il presbitero, che fu promotore della costruzione della basilica. Nativo di Sabbioncello, vicino all’attuale Ragusa di Dalmazia, Pietro doveva ben conoscere quel palazzo.

Dalla parte opposta, sulla contro-facciata, risplende il solo mosaico originale a noi pervenuto, la monumentale iscrizione dedicatoria a Papa Celestino I, primus episcopus in toto orbe (primo Vescovo del mondo intero), che quindi celebra le conclusioni del Concilio di Efeso, affiancata dalle due allegorie della Ecclesia ex circumcisione e della Ecclesia ex gentibus. Queste figure alludono alla doppia origine del Cristianesimo, sintesi di tradizione biblica e di pensiero greco. È questo un ulteriore riferimento all’autorità universale, che al Pontefice era stata così pienamente riconosciuta ad Efeso. È probabile, che la grande importanza del messaggio trasmesso da questo mosaico ne abbia assicurato la sopravvivenza a tutte le alterazioni della basilica avvenute nel corso dei secoli.

La porta centrale è l’opera d’arte più celebre della basilica. Il telaio con incisa la vite è del XIII sec. ma i pannelli scolpiti su legno di cipresso sono del quinto. Probabilmente i pannelli rimasti sono stati spostati e raccolti in alto, dove sono più riparati, per cui non è evidente un ordine nell’attuale successione degli episodi biblici rappresentati. Quello che invece emerge è la presenza di due diverse scuole di scultura, che lavorano gomito a gomito. Una è rappresentata dal pannello con Mosé e l’esodo dall’Egitto, che mostra un modellato raffinato ed elegante, tecnicamente molto vario, con rilievi che vanno dal piatto, poco più che graffi sugli sfondi alla plastica accentuata delle figure in primo piano; l’altra, rappresentata dal pannello con la scena di acclamazione, presenta una forte schematizzazione dello sfondo ed una certa frontalità delle figure, che rendono la scena più semplice da comprendere. Questi due stili, uno aulico ed un altro popolare, che, solitamente non si trovano assieme nella stesso monumento, qui si confrontano da pari nella dignità artistica. In alto a destra, il piccolo pannello con la Crocefissione costituisce una delle più antiche testimonianze di questo soggetto, che i cristiani dei primi secoli avevano un certo pudore a rappresentare.

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