Storie di Roma

Il blog di Fabio Salemme su RomaGuideTour.it

Profumi e Profumerie nell’Antica Roma

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Nella Roma antica i profumieri, ovvero gli addetti alla preparazione ed alla vendita di miscele di sostanze profumate, erano riuniti in una corporazione, il Collegium Aromatarium, ed avevano botteghe concentrate nel Vicus Thuriarus e nell’attiguo Vicus Ungentarius al Velabro. Conosciamo questa corporazione non solo dalle tracce epigrafiche ma anche per alcuni manifesti elettorali in cui la corporazione degli unguentari appoggiava, insieme ai poveri , l’edilità di un tale Modesto: ” MODESTUM – AED (ilem) UNGUENTARI ET PAUPERES FACITE”.

Tra gli unguentari più famosi dell’antica Roma, i cui nomi sono pervenuti fino ai nostri giorni, c’è sicuramente quello di M. Decidio Fausto, che fu uno dei sacerdoti della Fortuna Augusta nell’anno 3 d.C., un certo Febo che ci trasmise il suo nome in un graffito scritto sulla parete del lupanare (un bordello dell’antica Roma) e anche Felicione, probabilmente erborista-lupinarius che conosciamo per testimonianza di due manifesti a suo nome nella città di Pompei.

Quando si parla di profumi si parla anche di eccessi e della decadenza della società patrizia romana. Il tema era stato sollevato anche da Plinio il Vecchio, che riteneva che il profumo fosse il più superfluo di tutte le forme di lusso, dato il suo carattere effimero perché “gli unguenti perdono subito il loro odore e muoiono dopo un’ora che sono stati usati”. Come tutti gli eccessi, il tema dei profumi non poteva sfuggire alla satira di Marziale, che scriveva una frase che potrebbe andare di moda ancora oggi:

Quod quacumque uenis Cosmum migrare putamus et fluere excusso cinnama fusa uitro,nolo peregrinis placeas tibi, Gellia, nugis. Scis, puto, posse meum sic bene olere canem.

Quando passi sembra che traslochi il profumiere Cosmo e che il cinnamomo esca da un flacone rovesciato. Non voglio, Gellia, che ti piacciano queste futilità. Sai, credo che anche il mio cane potrebbe profumare così.

Anche lo stesso imperatore Tiberio osservava il ruolo dei profumi nel declino della società romano, deprecando in Senato l’enorme spesa di 100 milioni di sesterzi per l’importazione di essenze odorose.

Innanzitutto, c’è da dire che l’uso del profumo nell’antica Roma era originariamente riservato alle cerimonie religiose, durante le quali si bruciavano sostanze odorose per onorare gli dei ed entrare con loro in rapporto. Plinio il Vecchio ci racconta di come spesso i profumi si usavano nei luoghi aperti al pubblico anche per coprire i cattivi odori.

Ma al di là di queste eccezioni i profumi erano usati soprattutto per ammorbidire e idratare la pelle, e adoperati anche come cosmetico verso il II-I secolo a.C, quando Roma con la conquista del Mediterraneo entrò in contatto con la cultura greca-orientale. Da quel periodo i Romani usarono abbondantemente i profumi, considerati uno dei piaceri offerti dalla vita.

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E’ possibile vedere anche l’antico processo di preparazione di alcune di queste essenze in alcuni dipinti di domus romane, come nel classico affresco pompeiano degli amorini che eseguono tutti i passaggi della produzione di essenze, partendo dal pestare olive in un torchio per poi mescolarle in una miscela da far macerare in un pentolone posto sul fuoco.

Possiamo anche immaginare come i profumi potevano essere serviti nelle botteghe di profumiere dell’antica Roma; vi erano sicuramente vetrine piene di contenitori per profumi in ampolle, una bilancia e un rotolo di papiro. E probabilmente i profumieri facevano provare i profumi ai clienti spargendo il profumo sul polso con una piccola spatola, come si usa fare ancora oggi.

I profumi disponibili nell’antica Roma di solito provenivano da Alessandria d’Egitto, o in generale dall’oriente (questo ne aumentava il costo), ed erano conservati in anfore che poi venivano travasate in contenitori più eleganti per una migliore commercializzazione, un “business” dell’antica Roma che si espanse fino all’Etruria e al Medio Oriente.

Tra gli altri centri di produzione dei contenitori per profumi, oltre Alessandria d’Egitto, era sicuramente l’area siriana, dove nel I secolo d.C. venne introdotta la tecnica del vetro a soffio, che permise la fattura di nuovi contenitori in vetro diffusi in tutto il bacino del Mediterraneo dai Fenici almeno fino al V secolo d.C.. Tra i più diffusi porta profumi dell’antica Roma oggi visibili ad esempio al Museo Nazionale Romano, possiamo ricordare gli alabastra egiziani in alabastro, l’aryballo, vasetto di forma sferica d’origine greca, l’oinochoe, una piccola brocca fatta di vari materiali dai più umili all’oro, la pisside, una piccola scatola cilindrica con un coperchio.

Dal I secolo a.C. si diffonde la produzione di contenitori in vetro come i balsamari, molto più particolari e raffinati, alcuni a forma di uccello, che come per le fiale di medicinali moderne, venivano spezzata dalla parte del becco o della coda per far defluire il profumo.

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