Nascosta tra campagna, casolari e boscaglie intorno a Palombara Sabina, sorge una chiesa romanica, l’Abbazia di San Giovanni in Argentella, una perla architettonica che merita una visita accurata. Il fascino antico che l’abbazia emana e il mistero circa la sua data di fondazione suscitano interesse e fascino, rendendola una delle attrazioni storico–turistiche più belle nei dintorni di Palombara Sabina. L’Abbazia di San Giovanni in Argentella si trova a circa 3,5 km dal centro della cittadina, a 39 chilometri da Roma (24 km dal GRA) e 18,5 chilometri da Tivoli.
L’Abbazia di San Giovanni in Argentella sorge sui resti di un edificio d’epoca romana risalente al II o al I secolo a.C., edificato in prossimità di una sorgente, ad oggi difficilmente identificabile; potrebbe trattarsi di una villa rustica oppure di un tempio legato al culto dell’acqua. L’origine dell’attributo “in Argentella” si deve alla presenza di una sorgente: il fiume che scorreva lungo la valle aveva, appunto, sfumature di color argento. Nei sotterranei della cripta sgorga ancora acqua da una sorgente che in passato era ritenuta miracolosa.
Sull’edificio di base venne innalzato un primitivo oratorio, oggi non più visibile, risalente al VI-VIII secolo d.C. e consacrato probabilmente durante il dominio dei Longobardi, che lo dedicarono a San Giovanni Battista. In epoca carolingia la struttura subì un primo ampliamento: a questo periodo risalgono infatti i frammenti di pavimento in opus sectile e alcuni plutei e pilastrini che decoravano l’interno dell’edificio sacro.
Nel corso del XII secolo sul primitivo oratorio venne costruita l’attuale chiesa romanica a tre navate con terminazioni absidali. Questo fu il periodo di massimo splendore per l’Abbazia di San Giovanni in Argentella, che coincise con la restituzione ai monaci, nel 1111, di vasti possedimenti da parte del Conte Ottaviano, signore di Palombara, appartenente famiglia dei Crescenzi che nel corso di più di un secolo si erano impossessati di numerose proprietà dell’abbazia. Ciò fu possibile a seguito dell’intervento diretto di Papa Pasquale II, determinato a ristabilire i diritti della Sede Apostolica sul Patrimonium Sancti Petri, permettendo così ai monaci di ricostituire un vasto patrimonio tra la diocesi sabina e quella di Tivoli.
Seguì un periodo di prosperità economica che permise l’ampliamento dell’Abbazia di San Giovanni in Argentella e la costruzione di alcune strutture monastiche tra cui il corpo d’accesso alla chiesa con il portale su cui campeggia lo stemma dell’ordine benedettino. Tra questo e la chiesa vi era un piccolo atrio, chiuso su tutti e quattro i lati e forse porticato. Tra il XII e il XIII sec. venne innalzato anche il campanile e si realizzarono le opere d’arte ancora custodite all’interno dell’abbazia: tutto ciò si rifaceva alle scelte romane per la decorazione delle basiliche, in particolar modo quella della Basilica di S. Pietro in Vaticano, con il chiaro intento programmatico di celebrare la potenza del papato e il predominio di questo sull’impero.
Il cardinale Jacopo Savelli, futuro Papa Onorio IV, nel 1286 affidò il monastero ai Guglielmiti, che intrapresero una serie di lavori che modificarono profondamente l’aspetto dell’Abbazia di San Giovanni in Argentella: l’atrio venne coperto, il corpo d’accesso fu innalzato, e al disopra della navata destra venne costruito un lungo corridoio che metteva in comunicazione gli ambienti in facciata con gli spazi monastici a valle. Nel 1445 i monaci Guglielmiti abbandonarono l’abbazia, che venne affidata ad abati commendatari, segnando così il suo progressivo e inesorabile declino. Nei secoli successivi venne abitata da qualche eremita e officiata dai frati minori osservanti del Convento di San Francesco in Palombara.
L’ultimo cardinale vescovo di Sabina che ordinò lavori di manutenzione fu Lorenzo Litta quando, visitando l’abbazia nel 1815, la trovò in stato di semiabbandono. Fu solamente per interessamento del pittore bolognese Enea Monti che, sul finire del XIX secolo, l’Abbazia di San Giovanni in Argentella tornò al centro dell’interesse degli studiosi e fu sottoposta a nuovi interventi di restauro. Nel 1900 la chiesa venne dichiarata Monumento Nazionale e nel 1924 venne dato alle stampe il primo studio sull’Argentella di cui fu autore Raffaele Luttazzi. A questo scritto ne seguirono molti altri che fecero luce sulle vicende storiche dell’antichissima Abbazia di San Giovanni in Argentella; tra i più importanti, quello di Ragna Enking.
Nel 1969 incomincia la fase più recente dell’Abbazia di San Giovanni in Argentella, quando vi si insediò la Fraternità dei Santi Nicola e Sergio, nata durante il Concilio Vaticano II con lo scopo di avvicinare la Chiesa latina con la Chiesa greca. La Fraternità ha gestito il complesso monastico fino agli inizi del 2020, quando la gestione dell’Abbazia di San Giovanni in Argentella venne affidata direttamente alla Diocesi di Sabina–Poggio Mirteto.
La contaminazione architettonica tipica della struttura dell’Abbazia di San Giovanni in Argentella rende difficile datare i vari rimaneggiamenti che si sono susseguiti nel tempo, avvenuti quasi sempre con il reimpiego di antichi elementi. L’entrata al complesso benedettino è riconoscibile da mura medievali, con un cancello e un cartello turistico che ci informa sulla storia e l’architettura dell’abbazia.
La facciata dell’Abbazia di San Giovanni in Argentella è architettonicamente diversa dal resto dell’edifico; presenta un corpo di fabbrica realizzato nel XIV secolo, con funzioni conventuali, attestato da documenti del 1594. È presente un portale racchiuso in un protiro e alcune finestrelle. Sopra il portale si può ammirare una piccola nicchia delimitata da colonnine, dove è custodito un affresco della Madonna del Latte. La chiesa abbaziale è rivestita da pietre di tufo giallo e le pareti laterali presentano linee di pietre bianche volte a formare strisce chiare longitudinali. Splendido il campanile che si trova a metà della parete di sinistra, adornato da monofore, bifore e trifore; ospitava una campana, ricevuta in dono dai Gugliemiti di Perugia nel 1330. Ad impreziosire l’Abbazia di San Giovanni in Argentella, una graziosa abside al centro con tre finestre ornate da lesene, mentre le due finestre laterali non hanno particolari decorazioni.
L’affascinante architettura esterna dell’Abbazia di San Giovanni in Argentella ben predispone verso quella interna. Varcato l’ingresso dell’abbazia noteremo tre navate divise da una serie di colonne databili ai primi decenni del III secolo d.C., decorate da capitelli con foglie di lauro e altre piante. Ampia e con più elementi decorativi rispetto a quelle laterali è la navata centrale, ma tutte e tre terminano con absidi come descritto. In fondo alla navata principale spicca un bel baldacchino in stile longobardo sorretto da 4 colonne con capitelli (del XI-XII secolo) a coprire l’altare maggiore, rialzato rispetto al pavimento della chiesa.
L’interno dell’Abbazia di San Giovanni in Argentella, a causa del lungo periodo di abbandono, ha perso quasi del tutto gli affreschi originali di cui rimangono solo poche tracce. Quelli più significativi sono un dipinto di San Michele Arcangelo di autore e data sconosciuti, un altro di San Guglielmo (in fondo alla navata di destra), e due dipinti che si trovano dopo l’arco in fondo alla navata destra. I restanti, molto danneggiati dall’umidità, sono stati realizzati all’epoca dei Guglielmiti, intorno al XIV secolo. Una serie di resti di affreschi sulla parete destra, nonostante siano in buona parte danneggiati, mantengono inalterato il loro antico fascino.
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